Start Up: la categoria “Innovativa” promossa dal decreto crescita

Pubblicato da Patrick Colombo il

Stabilita la definizione di start up, e verificata quella che era la tendenza dei grandi mercati internazionali, all’Italia è toccato il non facile compito di mettersi in pari.

In un paese come il nostro, nel quale il credito destinato alle aziende è considerevolmente calato negli ultimi anni e, che si è trovato a più riprese ad affrontare una forte crisi di liquidità, non è stato né facile né immediato adeguarsi a quelle che erano le indicazioni che arrivavano dai paesi leader dell’industrializzazione e da quelli sempre più aggressivi sul fronte dell’impresa come Cina, India e Brasile.

L’evoluzione delle Start up

Per capire quali sono stati gli strumenti di cui si è dovuta dotare l’Italia per sostenere l’impatto e la crescita delle start up occorre un minimo cenno storico.

Negli States il concetto di imprese in avvio di attività era già concreto a partire dagli anni ’90 e dunque, dal primo boom della new economy. C’è voluta una prima bolla, seguita da una violentissima crisi per ricreare le condizioni per un secondo riavvio, che garantisse migliori condizioni per le aziende, legate ad esempio a Internet, e ai mercati online.

Era solo il 2006 quando Andrew Keen, un economista estremamente attento ai nuovi mercati, definì il concetto di start up come “l’ennesima bolla di sapone”. Altri studiosi dissero testualmente che “nessuno avrebbe mai comprato nulla on-line”. A giudicare dai bilanci di Amazon e, dai fatturati del signor Jeff Bezos, proprietario della principale azienda di e-commerce, ad oggi uomo più ricco del mondo, avevano tutti torto.

La legge sulle start up Italia

L’Italia crea il suo primo disegno di legge destinato alle start up, solamente nel 2013, decisamente in ritardo sul tema, rispetto al panorama globale. Il decreto legge numero 179, del 18 ottobre 2012 descrive testualmente la “start up innovativa” definendola una società – anche cooperativa – residente in Italia, le cui azioni o quote non sono quotate all’estero. La legge si riferisce ad aziende che hanno sede in Italia, che non hanno distribuito utili, che non sono nate da una fusione o una scissione aziendale e che mantengono dimensioni e redditi circostanziati. Insomma, il modello tipo è un’azienda non troppo grossa, sicuramente non indebitata, completamente stabilita e radicata in Italia.

La legge è molto ampia e complessa ma i punti fondamentali sono questi. Solo rispettando questo status si ha diritto ad accedere a quello che il Ministero dell’Economia e dell’Impresa ha definito ‘acceleratori e incubatori’ ovvero una rete di crediti agevolati finalizzati alla crescita, alle assunzioni e alla redditività.

La prima fase storica delle start up italiane, anche per il ritardo con cui il nostro paese si è presentato a questo appuntamento, non è stata certamente facile. Mentre in italia si muovevano i primi passi, altrove il mondo è andato correndo all’impazzata verso una molteplicità di imprese che in poco tempo hanno guadagnato quote di mercato impressionanti.

A prescindere dagli indugi, il sistema delle start up si sta radicando e prevede una molteplicità di strumenti che possono essere utilizzati: l’importante è conoscerli e sapere come accedervi.


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